A proposito di valanga in arrivo:
da:
http://www.beppegrillo.it/2008/11/la_serenissima/index.html#comments?s=n2008-11-22
Mentre nel paese imperversano discussioni sul grembiulino a scuola, sul guinzaglio al cane e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell'acqua pubblica. Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti, che afferma che la gestione dei servizi idrici deve
essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica. Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico ma una merce, e quindi sarà gestita da multinazionali (le stesse che possiedono l'acqua minerale). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e i carabinieri per staccare i contatori. La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri.
L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo.
L'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L'acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito
profitto. L'acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.
FATE GIRARE: METTETENE A CONOSCENZA PIÙ GENTE CHE POTETE
LALLATTAMENTO
Sviluppo mammario e lattazione
Prima del presentarsi del primo calore nella cagna possiamo assistere solo ad un leggero sviluppo della ghiandola mammaria.
Gli estrogeni, secreti soprattutto durante il proestro, sono primariamente responsabili dello sviluppo dei dotti. Il progesterone,
rilasciato soprattutto durante il diestro, è, invece, responsabile della proliferazione del tessuto ghiandolare di secrezione. In questi
processi sono coinvolti anche la prolattina e l'ormone somatotropo.
All'inizio della gestazione si osserva una proliferazione del sistema duttale e del letto vascolare mentre da metà gravidanza in poi si
sviluppano alveoli e lobuli.
L'aumento di volume delle mammelle all'approssimarsi del parto è dovuto alla dilatazione degli alveoli che si riempiono di latte.
Durante la gravidanza la produzione di latte è inibita dagli estrogeni e dal progesterone; al momento del parto la rapida diminuzione
del tasso di progesterone fa si che venga rimossa questa inibizione.
La prolattina e l'ACTH, che aumentano contemporaneamente, contribuiscono all'avvio della lattazione.
Il mantenimento della lattazione dipende dalla presenza dei cuccioli e dalla suzione che promuove il rilascio e l'azione di prolattina,
ACTH e ossitocina.
La suzione dei capezzoli, oltre che portare all'esterno il latte rimuovendolo dagli alveoli e rendendone possibile la nuova produzione,
stimola, tramite riflesso nervoso, la liberazione di ossitocina dalla neuroipofisi.
L'ossitocina a sua volta esplica la sua azione a livello delle cellule muscolari a canestro della mammella, causandone la contrazione e
favorendo, così, lo svuotamento degli alveoli e l'eiezione lattea, facilitando la suzione (Holst, 1985)[Fig].
L'allattamento nella cagna dura in media 8 settimane; il picco nella produzione lattea si ha tra la terza e la quinta settimana post
partum (Oftedal, 1984).
Il mancato allontanamento del latte dagli alveoli mammari provoca un aumento della pressione interna alla ghiandola che comporta la
cessazione della secrezione lattea.
La diminuzione delle cellule secernenti e la degenerazione degli alveoli intervengono abbastanza rapidamente.
A presto cara amica, ho solo un rammarico quello che i tuoi familiari non mi hanno informato della tua dipartita, così ci prenderemo il nostro drink.
Signor Presidente del congresso, signori membri del Presidium del nostro Club internazionale, signori congressisti, o meglio, dovrei dire Signori Presidenti visto che ce n'è più di uno in questo congresso (comunque lei signor Wiblishauser è anche il mio Presidente), desidero innanzitutto porgervi il mio più cordiale benvenuto a Desio e ringraziare tutti e ciascuno di essere qui presenti ed anche per il nutrito numero di partecipanti esteri iscritti alla nostra manifestazione. Vi auguro un buon soggiorno e spero che il campionato mondiale dobermann IDC 2004 lasci in tutti voi un ottimo ricordo.
Se la mia presentazione, la traduzione simultanea o alcuni concetti non fossero chiaramente espressi, vi invito ad interrompermi e chiedere gli approfondimenti che ritenete più opportuni.
Come Presidente dell’AIAD, su mandato del mio Consiglio Nazionale e dell’Assemblea degli allevatori edelle Sezioni AIAD, ho chiesto che fosse inserita all’ordine del giorno di questo congresso la nostra richiesta di modifica del Regolamento di assegnazione dei Titoli di IDC Sieger da riservare, dal prossimo anno in poi, soltanto ai soggetti in possesso di Ztp e di una prova minima di addestramento, per le convinzioni tecniche che brevemente vado ad illustrare.
Tra le varie ragioni che possono indurre a scegliere un cane di razza, la prevedibilità delle attitudini, delle caratteristiche fisiche e comportamentali occupa un ruolo di primaria importanza. E’ assai importante tenere sempre in mente questo concetto, quando si seleziona una razza di cani.
Il processo di domesticazione del cane è cominciato circa 14000 anni fa. Nel corso dei millenni l’uomo ha decretato la nascita delle diverse razze favorendo la riproduzione, e quindi selezionando quei soggetti che rispondevano a determinate richieste di tipo utilitaristico, come ad esempio, l’attitudine alla caccia, alla guardia, alla conduzione del bestiame. Si è avuta in questo modo la selezione diretta di caratteristiche comportamentali e una selezione generalmente indiretta di caratteristiche morfologiche, quali ad esempio la forma dei padiglioni auricolari o la colorazione del mantello. La differenziazione della popolazione in base alle diverse attitudini lavorative ha costituito la prima suddivisione in “razze primordiali”. Questa prima suddivisione ha fornito il materiale genetico su cui poi si è sviluppata la moderna selezione delle razze canine. E’ possibile quindi affermare che le razze moderne derivino dai primitivi cani da lavoro. L’obiettivo di selezione per le attitudini lavorative ha per lungo tempo costituito il punto cruciale dell’allevamento unitamente alla ricerca dell’armonia dell’insieme. Esso ha tuttavia perso importanza in molte razze nel momento in cui la selezione ha favorito solo le caratteristiche morfologiche limitando, in diversa misura, la possibilità di trasmettere le caratteristiche attitudini di molte di quelle razze.
L’avvento, verso la fine del 1800, dei registri anagrafici (studbook) ha favorito la stesura di standard morfologici che, per molte razze di cani, hanno causato la perdita di importanza delle attitudini lavorative. Per nostra fortuna ciò non si è verificato nello standard del dobermann, la cui ultima stesura è assai più chiara delle tre precedenti e tiene in grande conto le doti attitudinali e della docilità del carattere dei nostri dobermann.
Una tale scelta è di grande aiuto per il lavoro di selezione che deve essere svolto nelle manifestazioni zootecniche ancor prima che all’interno degli allevamenti. La politica di intervento delle Società Specializzate di razza deve concentrarsi sulla selezione di soggetti fisicamente e psichicamente sani, avendo sempre come riferimento lo stato dell’interapopolazione dei soggetti appartenenti alla razza e le caratteristiche di razza descritte nello standard ufficiale.
Lo scopo e la finalità fondamentale delle manifestazioni zootecniche di ogni razza, nell’ambito della cinofilia organizzata e regolamentata è quello di escludere dall’allevamento i deterioratori presunti e segnalare e sostenere i possibili miglioratori genetici.
Ciò avviene attraverso uno schema di lavoro predeterminato che nell’ordine comprende: il giudizio, l’allevamento, la selezione. L'ordine è questo perché in realtà il giudizio condiziona l'allevamento, ed entrambi operano nel senso della selezione, ovvero della scelta dei riproduttori della prossima generazione. I controlli fenotipici hanno un ruolo chiave nella valutazione degli obiettivi di selezione e devono coprire i campi di: salute, caratteristiche comportamentali, attitudine al lavoro e morfologia.
Ricordo a me stesso che in cinotecnia, il giudizio specializzato è l'espressione di una valutazione critica fatta su ogni singolo soggetto con riferimento non solo allo standard di razza, ma anche al passato, al presente ed all’indirizzo che si vuole dare al futuro di una determinata razza. Da qui nascono i programmi selettivi delle singole associazioni specializzate nella tutela delle razze canine e gli obiettivi selezione. Il giudizio, secondo i criteri ed i metodi europei, porta sempre ad una qualifica e, se vi è confronto, ad una classifica. Tale classifica però non può, né deve essere arbitraria ma, al contrario, essa è legata a canoni precisi che sono dettati dallo standard di razza. Il giudizio costituisce l'aspetto più importante. Un giudizio errato, infatti, porta spesso a conclusioni sbagliate sia per gli aspetti attinenti alla morfologia sia per quelli concernenti le doti naturali ed il carattere di cane da utilità e difesa. Le conclusioni errate portano a cucciolate sbagliate che ci allontanano dallo standard.
Lo Standard del dobermann descrive un cane di bellezza ideale in quanto lo propone come cane funzionale ed utile. Ciò significa che lo standard richiede al dobermann quelle caratteristiche che consentono il massimo rendimento nella funzione per la quale esso è stato creato, allevato, selezionato e migliorato geneticamente.
Le caratteristiche che portano al concetto di bellezza funzionale sono quindi quelle che hanno un ruolo fondamentale per determinare la tipicità del dobermann. Per questo, dunque, con un soggetto mancante di tipo o con scarse note di tipicità non si deve allevare. Su tale principio è basata la prova di Ztp per il dobermann che prevede la necessità di verificare e controllare tanto gli aspetti morfologici quanto gli aspetti attitudinali, quelli legati al carattere e l’assenza delle patologie ereditarie che possono comprometterne l’allevamento, in conformità ad una loro dimostrata incidenza e frequenza nella razza.
I criteri dettati dal regolamento di Ztp sono criteri rigidi, scientificamente impostati sulla base dell’esperienza degli allevatori tedeschi di dobermann, ma anche in coerenza agli studi svolti separatamente da due importanti scienziati cinologi e studiosi esperti del comportamento del cane da difesa, il prof. Seiferle ed il prof. Menzel.
Applicando al dobermann le conclusioni degli studi fattiquesti due scienziati, deriva che:
LE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI GENERALI volute nel dobermann sono:
Temperamento: da medio ad alto; Coraggio in situazioni tranquille molto alto; Coraggio in situazioni di combattimento molto alto; Docilità da media a molto alta; Tempra da media a molto alta; Resistenza fisica da media ad alta; Resistenza psichica da media a molto alta. Nessuna paura dello sparo.
Distanza critica di Hedigher : molto ridotta.
COMPLESSO DI LOTTA E DI DIFESA: Impulso di difesa molto alto; impulso di lotta da alto a molto alto; Aggressività media.
DIVERSI ALTRI IMPULSI: impulso per la pista da medio a molto alto; impulso di ricerca da medio a molto alto; impulso per il riporto da alto a molto alto; impulso per la guardia da nullo a medio; impulso per il moto da medio a molto alto; impulso per la caccia da nullo a medio.
CARATTERISTICHE NON DESIDERATE: ansietà; paura; poca tempra; scarso collegamento con il padrone.
Queste dunque le doti morali del dobermann così come definite ed indicate dalla scienza. Questa la sua indole, dove per indole si intende l’insieme di tutte le caratteristiche, inclinazioni e capacità innate ed acquisite, corporee e psichiche, che definiscono, gestiscono e regolano il comportamento del cane nei confronti del mondo esterno. Ma tutti voi, se la traduzione che ricevete in cuffia è esatta, e non ho dubbi che lo sia, avete testè sentito declinare lo schema di giudizio dello Ztp, esattamente quello, io ho solo spiegato ove fosse stato necessario il fondamento scientifico di tale prova.
Tutti noi sappiamo benissimo che, per garantire un reale e complessivo miglioramento della popolazione dei nostri dobermann, dovremmo ammettere in riproduzione soltanto quelli sottoposti alla prova di Ztp con esito favorevole e sappiamo anche che certamente non è scorretto affermare che soltanto essi dovrebbero essere raccomandati come riproduttori.
Credo anche che nessuno dei presenti può negare che i dobermann vincitori in uno show importante come il Campionato mondiale IDC di allevamento, sono per questo stesso fatto raccomandati come riproduttori. Mi si potrebbe obiettare che questo vale soprattutto per i maschi. In parte è vero, anche se io non ho ancora visto alcun grande allevamento nascere da un maschio. Al contrario sono convinto che in tutte le razze di mammiferi allevate dall’uomo, non esistono grandi allevamenti se alla loro base non c’è stata una grande fattrice e questo non soltanto per gli aspetti legati al DNA mitocondriale.
In ogni modo tutti noi oggi possiamo con orgoglio affermare che l’allevamento della razza dobermann ha fatto passi da gigante in Europa grazie all’indirizzo dato ed ai criteri di selezione indicati dai nostri maestri, voglio dire dalla Dobermann Verein & v., da circa trent’anni.Tali criteri ci hanno consentito fino ad oggi di allevare una razza unica nel tipo costituzionale ed omogenea rispetto allo standard ideale. Una razza unica, una popolazione di dobermann costituita in grandissima parte da cani tipici con buon carattere, addestrabili e con doti morali di cani da difesa ben sviluppate. In moltissime altre razze, invece, cani da Pastore, cani da caccia e cani da difesa, da tempo accade di verificare una situazione che a ben guardare può essere definita “disastro genetico”. Tale disastro, che potrebbe riguardare anche noi in un futuro non lontano soprattutto nei Paesi in cui si alleva senza nessuna regola, è dato dalla coesistenza di due non razze, ossia di due negazioni del medesimo standard, quella dei cani per lo sport e quella dei cani da show. Per la maggior parte di tali razze questo processo è ormai irreversibile perché nell’ambito del medesimo Club di razza coesistono e si sono consolidati mentalità ed allevamenti che producono soltanto, o una gran parte di soggetti morfologicamente corretti, ma deboli, nervosi, insicuri, quindi “cani problema”, oppure soggetti relativamente adatti allo sport ma totalmente fuori del tipo costituzionale di razza, alcuni dei quali sono ancheeccessivamente nervosi ed aggressivi, quindi, in gran parte, anch’essi, “cani problema”, giacché difficilmente gestibili.
I nostri dobermann di punta nello sport, e mi riferisco ai soggetti presentati e qualificati o più volte vincitori in campionati nazionali ed internazionali di addestramento, sono stati e sono cani morfologicamente molto tipici, con doti naturali ben sviluppate, equilibrati e docili, la maggior parte dei quali ha superato brillantemente lo Ztp ebuona parte anche la Koerung.
Sono i dobermann con queste caratteristiche che hanno dato solide basi al nostro allevamento. I loro geni e la loro prole sono stati la garanzia del nostro presente. Desidero richiamarne solo alcuni alla vostra memoria evitando di citare quelli viventi. Mi riferisco a dobermann come Alva von Franchenhorst e i suoi figli: Chrystel van der Elannd e Baron Cesar von Resloo, a Bronco von Zenn, a Ero von Franchenhorst, aEsta e Bingo von Hellendonk, a Icarus von der Kollau, nipote di Bingo, a Helena von Eshenhof, ad Ali Von Langhenhorst e a suo figlio, Castor von der Mooreiche, a Hertog Conan Manesheide, a Orson van Roveline e, se mi è consentito un peccato d’amore, a Gale del Citone. Sono soltanto alcuni esempi, mi scuso di non poter nominare tutti gli altri. Sono esempi da perseguire se si vuole garantire il miglioramento genetico del dobermann.
E’ mia assoluta convinzione che l’Internationaler Dobermann Club rappresenta la struttura fondamentale in cui fare scelte strategiche di grande importanza, atte a dare indirizzi e criteri certi sull’allevamento del dobermann a tutti i Club nazionali ad esso associati e, quindi, all’allevamento mondiale della razza. L’IDC dovrebbe anche diventare il riferimento fondamentale per affrontare e risolvere le problematiche di allevamento e quelle connesse alle varie leggi e divieti etologicamente assurdi che ci affliggono.
Un secondo rilevante aspetto è legato alla considerazione su come il nostro mondo si sta evolvendo. Negli ultimi anni molti allevamenti hanno cessato la loro attività e moltissimi altri sono nati soprattutto in alcuni Paesi. La vendita dei cuccioli non è più soltanto un fatto di rapporto personale tra allevatori ed appassionati. Per quanto si stenta a crederlo una gran parte del mercato è regolato da Internet. Su quei siti, indipendentemente dalla buona fede dei gestori ci sono scritte cose inenarrabili rispetto soprattutto all’assenza da patologie ereditarie, anche monofattoriali dei cani pubblicizzati. Noi sappiamo che in buona parte dei Paesi cui oggi fa riferimento una fetta importante del mercato non ci sono veterinari ufficialmente a abilitati secondo le regole FCI ad eseguire gli accertamenti clinici e strumentali necessari e non ci sono centrali di diagnosi der la displasia dell’anca riconosciute dalla Dobermann Verein & v.. Bene, su questi siti, la maggior parte dei soggetti pubblicizzati risultano esenti da tutte le patologie possibili.
Anche su questo occorrerebbe mettere ordine, chiarendo e pubblicizzando quali accertamenti sono da ritenersi ufficiali e quali centri sono autorizzati ad eseguirli. Sono proposte che devono venire dai singoli Club di razza aderenti all’IDC. Sono scelte che dovrebbero anche essere adeguatamente pubblicizzate.
L’AIAD edita il proprio periodico, i Nostri dobermann, in venticinquemila copie, in lingua italiana ed in lingua inglese. Questo periodico è distribuito a tutti i soci ogni tre mesi, è in edicola ed è spedito all’estero. Se il Presidium IDC ritiene di servirsi anche di questa nostra pubblicazione, noi siamo in condizioni di mettere a disposizione il nostro periodico ed anche di stamparne una copia in inglese, solo a fini informativi delle attività dell’IDC, per gli amici del dobermann di tutto il mondo. La nostra organizzazione e la nostra esperienza sono a disposizione di tutti voi, nella speranza che gli sforzi di noi tutti possano efficacemente contribuire a tutelare l’immagine e lo standard della razza dobermann, favorendone la selezione, con l’obiettivo di migliorarlo nel carattere, nellamorfologia e nelledoti attitudinali naturali, pubblicizzando ogni iniziativa utile per avere soggetti mentalmente e fisicamente sani.
Credo che tutti noi possiamo contribuire a dare forza alla nostra organizzazione internazionale, a partire da un campionato di allevamento IDC tecnicamente più credibile, che presupponga quindi i necessari controlli funzionali ufficiali per gli aspiranti Campioni IDC di allevamento.
Tale scelta ci porrebbe anche nella condizione di rispondere alle preoccupazioni sociali e governative di diverse nazioni che costringono tutti noi a porci innumerevoli e gravi interrogativi sul futuro del dobermann. Tali preoccupazioni sono evidenziate dall'attenzione dedicata al fenomeno delle così dette “razze pericolose” ed ai vari divieti del taglio della coda e delle orecchie, contenuti in alcune leggi nazionali assurde e nelle proposte di politica, generate da errate interpretazioni dei concetti di salute e di benessere animale.
In questo momento storico noi viviamo un grande pericolo non soltanto per la popolarità e la diffusione del dobermann e per gli interessi che fanno parte dell’allevamento di cane di razza. Noi rischiamo il genocidio biologico della razza dobermann in Europa ed a nulla varrà che si salvino una o due nazioni soltanto. La battaglia è di tutti, perché ancora molto si può fare. Non possiamo certo rassegnarci a unfuturo buio per la nostra razza. La caduta delle nascite nei Paesi dove esistono divieti di taglio e norme sulle così dette razze pericolose è un indice significativo di quale potrebbe essere il nostro futuro. Avere un numero decimato di dobermann con cui allevare e selezionare, può portare in breve tempo al fenomeno della deriva genetica, legata all’eccessiva riduzione del pull genetico di razza. Anche per tale ragione è importante avere indirizzi chiari e centrali e direttive sull’allevamento.
Alcune scelte e decisioni assunte dal nostro Presidente, Hans Wiblishauser e dalla Dobermann Verein & v., ci consentono di continuare a lottare, di continuare a sperare. Mi riferisco allo Standard di razza ed al suo contenuto rispetto al taglio della coda e delle orecchie, non è poco. Ma la natura e la portata della politica d'allevamento, perseguita dai Club Nazionali di Razza e dall’IDC, dovrebbero essere coerenti con tale azione anche sulle strategie da adottare per l’allevamento della razza a breve ed a lungo termine.
La Dobermann Verein & v. e gli allevatori tedeschi di dobermann hanno fatto e stanno facendo egregiamente la loro parte, con sacrifici non lievi; proprio per questo, da parte di tutti i Paesi membri dell’IDC sono necessarie scelte di allevamento coraggiose e coerenti con tale politica. Tali scelte sono oggi assai più importanti e prioritarie, in quanto possono influenzare positivamente anche le scelte dei nostri governi.
AlcuniKennel centrali di diverse nazioni, fra cui l’ENCI e il DKC(Kennel Club Olandese), si sono già posti il problema di come affrontare strategicamente una reimpostazione dell’allevamento del cane di razza.
In Italia, circa un anno fa, noi ci siamo trovati improvvisamente di fronte ad un’ordinanza del Ministro della Salute che individuava, oltre ai Pitt Bull ed ai Bandog ben novantadue razze pericolose, fra cui il dobermann e vietava, fra l’altro, qualsiasi forma di addestramento delle razze da utilità e difesa. Come AIAD abbiamo dimostrato all’ENCI ed al Governo i nostri criteri di allevamento, verifica e controllo dei riproduttori in vigore da venti anni ed abbiamo ottenuto una moratoria relativamente all’addestramento. Ad un anno di distanza l’ENCI, sulla base dell’esperienza del dobermann ha modificato alcuni criteri di controllo ed oggi lo stesso Ministro della Sanità firma una nuova ordinanza in cui restano in elenco soltanto i Pittbull, i Bandog e poche razze. Questa nuova ordinanza riconosce come fondamentale l’opera di selezione, educazione dei proprietari ed addestramento, fatti secondo i criteri ed i regolamenti ENCI e quelli delle Associazioni Specializzate di razza. Non è stato facile ma alla fine ne siamo usciti, spero per sempre.
Credo che molto si possa e si debba ancora fare in questo senso per impostare una politica di allevamento più adeguata ai nostri tempi.
Tale impostazione si potrebbe fondare sui seguenti cardini:
*
concentrazione della politica di allevamento del dobermann sull’utilizzo di individui sani fisicamente e psichicamente, per garantire che la selezione sia indirizzata al miglioramento della salute e della qualità della vita della razza;
*
tutela e miglioramento delle caratteristiche attitudinali e comportamentali di razza;
*
tutela della docilità e dell’affabilità del carattere,
*
tutela e miglioramento del tipo costituzionale di razza.
Questi sono gli obbiettivi prioritari che io vorrei ci ponessimo nei nostri programmi di selezione.
La necessità di un’iniziativa urgente in tal senso si può comprendere meglio se si guarda all’attuale stato dell’allevamento mondiale del dobermann. Oggi purtroppo molti dei nostri allevatori sono dilettanti bene intenzionati e molti altri si comportano come imprenditori a scala ridotta, per questo molti di loro hanno necessità di una formazione specifica e di un indirizzo centrale fatto di regole precise. Senza tali indirizzi e regole le scelte e le priorità dei diversi allevatori possono divergere assolutamente dalle scelte e dalle priorità necessarie al miglioramento genetico del dobermann inteso come popolazione di razza. Spesso, infatti, capita che una cucciolata nasca da genitori non controllati per scelte individuali dettate da cattive conoscenze e dalla mancanza di obiettivi di allevamento da perseguire. Accade spesso che quei cuccioli, se usati in allevamento compromettono l’interesse futuro della popolazione di razza.
Al contrario una buona politica di allevamento va orientata sugli interessi della popolazione più che su quelli dell’individuo. Soltanto in tale direzione anche gli interessi di lunga durata della razza saranno assicurati. Questo dovrebbe essere l’obiettivo dell’allevamento organizzato e regolamentato, questo lo scopo delle nostre verifiche zootecniche e dei nostri show.
Non desidero proseguire oltre il mio discorso, perché mi rendo ben conto che tutti voi sapete perfettamente che selezionare e migliorare il dobermann non è solo una questione morfologica. La selezione è più semplice quando ad essere selezionato è un solo carattere (es. l’altezza al garrese), l’allevamento del dobermann comporta invece la selezione per più caratteri che coinvolgono sia la morfologia del soggetto sia le sue caratteristiche comportamentali. Per tale ragione è molto importante tanto l’essere consci dei caratteri che vanno assolutamente migliorati, quindi degli obiettivi di selezione, quanto conoscere ed imboccare la giusta via, definendo la strategia e le azioni per raggiungerli uno ad uno. Questo è lo schema di selezione per definire quali saranno i riproduttori della futura generazione.
Da un punto di vista genetico l’obiettivo della selezione è spostare la media della popolazione e non produrre solo qualche soggetto fuoriclasse.
Nei Club di razza e nei Kennel centralipiù avanzati si stanno valorizzando i concetti che ho prima espresso e che sono a fondamento dei criteri di selezione che già numerosissimi allevatori coscienti e seri applicano al dobermann da molto tempo. Ritengo che anche noi dovremmo fare qualche sacrificio per adeguarci.
Vi ringrazio per l’attenzione fin qui prestata, spero in una vostra giusta riflessione e resto a disposizione per rispondere a quesiti ed a ogni altro chiarimento che riterrete utile e necessario. Lunga vita al dobermann, lunga vita a chi lo ama e a chi lo difende.
Pierluigi Pezzano
NUOVO CODICE DELLA STRADA
Il nuovo codice stradale, già in vigore dal 30 Giugno 2003, si occupa del trasporto di animali sui veicoli a motore in due articoli, che non cambiano le norme già vigenti e che non sono così severe e rivoluzionarie come tv e radio hanno fatto credere.
L'art. 169, sesto comma, recita: " è vietato il trasporto di animali domestici in numero superiore a uno e comunque in condizioni da costituire impedimento o pericolo per la guida. E' consentito il trasporto di soli animali domestici, anche in numero superiore a uno, purché custoditi in apposita gabbia o contenitore o nel vano posteriore al posto di guida appositamente diviso da rete od altro analogo mezzo idoneo che, se installati in via permanente, devono essere autorizzati dal competente ufficio provinciale della Direzione generale della M.C.T.C. ".
Ciò vuol dire che non è necessaria la rete o un vano apposito per il trasporto di un solo animale domestico, ma questo dev' essere comunque assicurato in modo che non possa costituire intralcio al guidatore, esattamente come la legge precedente prescriveva. In caso di più animali domestici, la rete e il vano riservato sono obbligatori.
In caso di violazione, è prevista una multa a partire da 68,25 euro, fino a 275,10; la violazione costa 1 punto in meno sulla patente.
L'art. 170, comma 5, è relativo sempre al trasporto di animali, oltre che di oggetti, sui veicoli a motore a due ruote e recita: "Sui veicoli di cui al comma 1 è vietato trasportare oggetti che non siano solidamente assicurati, che sporgano lateralmente rispetto all' asse del veicolo o longitudinalmente rispetto alla sagoma di esso oltre i cinquanta centimetri, ovvero impediscano o limitino la visibilità al conducente. Entro i predetti limiti, è consentito il trasporto di animali purché custoditi in apposita gabbia o contenitore".
Dunque gli animali vanno trasportati, sui veicoli a due ruote, saldamente assicurati al veicolo in modo da non costituire intralcio o da limitare la visibilità al conducente.
Sanzioni previste: chiunque viola le disposizioni di cui al presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da € 32,80 a € 131,20 .
Punti decurtati dalla patente: 1
Tra le varie ragioni che possono indurre a scegliere un cane di razza, la prevedibilità delle caratteristiche fisiche e comportamentali occupa un ruolo di primaria importanza.
Il processo di domesticazione del cane è cominciato circa 14000 anni fa, nel corso dei millenni l’uomo ha decretato la nascita delle diverse razze favorendo la riproduzione, e, quindi, selezionando, quei soggetti che rispondevano a determinate richieste di tipo utilitaristico: l’attitudine alla caccia, alla guardia, alla conduzione del bestiame. Si è avuta in questo modo la selezione diretta di caratteristiche comportamentali e una selezione generalmente indiretta di caratteristiche morfologiche quali ad esempio la forma dei padiglioni auricolari o la colorazione del mantello.
L’avvento, verso la fine del 1800, dei registri anagrafici (studbooks) ha favorito la stesura di standard morfologici che, però hanno causato in molti casi la perdita di importanza delle attitudini al lavoro.
L’istituzione preposta al controllo della popolazione canina pura allevata in Italia è l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana. L’Articolo 2 dello Statuto Sociale riporta che:
“L'ENCI è un'associazione di allevatori a carattere tecnico-economico, ha lo scopo di tutelare le razze canine, migliorandone ed incrementandone l'allevamento, nonché disciplinandone e favorendone l'impiego e la valorizzazione ai fini zootecnici, oltre che sportivi….”La regolamentazione per la costituzione di Società Specializzate è descritta nell’articolo 21 dello Statuto che ne cita anche i compiti: “Il Consiglio Direttivo concede il proprio riconoscimento ammettendole a soci con la denominazione di Associazioni Specializzate di razza a quelle Associazioni legalmente costituite tra cinofili proprietari di soggetti iscritti al libro genealogico che si occupano, ai fini del miglioramento genetico delle popolazioni, dello studio, della valorizzazione dell'incremento e dell'utilizzo di una singola razza o di un gruppo di razze similari, affidando loro incarichi di ricerca e di verifica e concordando con esse particolari modalità di interventi, mirati al conseguimento dei programmi che l'Associazione persegue. Le Associazioni Specializzate sono inoltre chiamate a fornire supporti tecnici alla Commissione Tecnica Centrale prevista nel Disciplinare del libro genealogico….”.
La selezione e il miglioramento genetico della razza tutelata diventano quindi le condizioni essenziali per realizzare la mission delle Associazioni Specializzate di razza.
Vengono incontro a questo lavoro di selezione e di miglioramento genetico, le Norme Tecniche dell’Allevamento italiano, che distinguono una riproduzione normale ed una riproduzione selezionata. Tutti i genitori delle cucciolate iscritte sono, quindi, registrati quali riproduttori ordinari o selezionati. Riproduttore selezionato per la razza dobermann è il soggetto iscritto al ROI che ha i seguenti requisiti:
Ai fini dell’ammissione alla riproduzione selezionata dei soggetti importati ed iscritti al Registro del libro genealogico sono richiesti gli stessi requisiti di cui sopra.
In caso di monta o fecondazione artificiale di stallone estero, i figli potranno essere iscritti come “nati da genitori selezionati” soltanto se anche per tali stalloni è dimostrato il possesso di analoghi requisiti. I figli di riproduttori selezionati avranno un certificato genealogico differenziato, con la scritta: “Nato da genitori selezionati”
L’ENCI, quindi è un’Associazione di Allevatori ed anche l’AIAD, che per prima ha sperimentato e promosso in Italia la riproduzione selezionata, deve accelerare i propri processi per restare ancora all’avanguardia.
Fino ad oggi il passo più importante, ritenuto giustamente come il necessario fondamento per il progresso nel miglioramento genetico, è la registrazione delle performance e l'identificazione attendibile dei soggetti. Nel nostro ambito, la scelta dei riproduttori a fini selettivi si è finora basata sul concetto che animali con la migliore espressione fenotipica debbano avere anche il miglior genotipo. L'accuratezza di questa stima é stata progressivamente migliorata con il confronto e la scelta di soggetti a rassomiglianza genetica superiore a quella esistente in media dentro la popolazione (Campionato sociale, valutazione delle performance, stima statistico-probabilistica del valore genetico dei riproduttori sulla base di test di progenie derivanti dai dati raccolti durante lo Ztp ed immessi su WinBreed, valutazione dei pedigree, lettura del corretto valore di inbreeding su sette o su dieci generazioni).
Tuttavia oggi non credo si possa più prescindere da una registrazione maggiormente accurata delle performance né da una corretta rilevazione di alcune caratteristiche fenotipiche dei nostri dobermann, fatta sulla base di modelli di rilevazione lineare, oggi ben sperimentati e precisi.
E' ovvio che questi tipi di valutazioni non sono alla portata dell'allevatore medio ma di strutture più complesse (centri di calcolo con personale specializzato), che abbiano mezzi e competenze necessarie alla trattazione dei dati raccolti.
In questa ottica il programma di selezione dovrà consentire di scegliere i migliori produttori (top) e scartare i peggiori con lo scopo di provare a incrementare la frequenza dei geni favorevoli. Ciò è attuato selezionando gli individui con i più alti valori fenotipici, confidando nel fatto che anche i loro valori riproduttivi siano i migliori e possano essere trasmessi ai loro figli, ottenendo, così, il miglioramento cercato.
La politica di intervento della Società Specializzata deve, quindi, concentrarsi sulla selezione di soggetti sani, avendo sempre come riferimento la popolazione dei soggetti appartenenti alla razza e le caratteristiche di razza descritte nello standard ufficiale. Il miglioramento genetico di una popolazione animale si persegue attraverso la selezione, ovvero la scelta dei riproduttori della prossima generazione.
Oggi sappiamo che la selezione da specie a specie e da specie a razza avviene per perdita di geni e per aumento della omozigosi, per questo dall’accoppiamento di due cani non nasce mai un gatto e dall’accoppiamento di due dobermann non nasce mai un Greyhound (però talvolta nasce qualcosa che gli assomiglia…).
Bisogna dunque considerare che essendosi persa gran parte del patrimonio genetico originale per la determinazione della specie ed altra grande parte per la definizione della razza, e poiché il processo di selezione sostanzialmente ricomprende anche un aumento della omozigosi –non per effetto dovuto soltanto all’uso della consanguineità- la maggior parte dei geni di un cane moderno è in omozigosi. A questo punto dunque occorre sapere che solo una piccola frazione di geni, è quella che consente all’allevatore il proprio lavoro di selezione e miglioramento genetico e la possibilità di dare, nel bene e nel male, la propria impronta all’allevamento moderno del dobermann. Quando dunque si parla e si misura la consanguineità, o fattore di inbreeding(F) occorre tener presente che tale misura è riferita ad una piccola parte del patrimonio genetico dei nostri dobermann. Va anche chiarito che il fattore di inbreeding(F) non può essere considerato come misura diretta dell’omozigosi perché i due alleli tramandati da diversi antenati potevano già essere funzionalmente identici.
Al fine di evitare qualsiasi equivoco sul termine consanguineità, desidero chiarire che essa, essendo il risultato di accoppiamenti tra parenti, fa parte dei sistemi di accoppiamento e che, pur essendo vero che il calcolo del coefficiente di consanguineità degli individui(F) è molto utile, esso non é, come riporta qualcuno, " un metodo di selezione" e non serve alla valutazione genetica dei riproduttori, in quanto quest'ultima è condotta con metodi propri ed è una tappa del processo di selezione.
Da quanto fin qui detto, possiamo stabilire che il termine consanguineità é usato in associazione a tre diversi significati e si parla di:
Oggi sappiamo che la consanguineità, di per sé, non possiede nessuna particolare azione malefica o benefica in quanto provoca, con l'omozigosi dei geni, una progressiva purificazione del patrimonio ereditario posseduto dai fondatori della famiglia o della linea.
Come già detto, nel miglioramento genetico del dobermann il processo di selezione è volto alla scelta degli animali con i più alti valori genetici riproduttivi (valori genetici additivi); esso utilizza le differenze nei valori riproduttivi esistenti tra i vari soggetti esaminati per ceppo o linea.
Le tappe del processo di selezione sono tre:
Un programma di selezione può essere così strutturato:
La selezione risulta più semplice, quando ad essere selezionato è un solo carattere (es: altezza al garrese), ma l’allevamento del cane di razza comporta invece la selezione per più caratteri che coinvolgono sia la morfologia del soggetto che le sue caratteristiche attitudinali e comportamentali; risulta quindi molto importante sia definire i caratteri da selezionare sia individuare la via per raggiungere gli obiettivi che si sono stabiliti.
Dopo lo studio e la verifica degli obiettivi di selezione bisogna definire la strategia per raggiungerli.
Questo è lo schema di selezione: definire quali saranno i riproduttori della futura generazione.
Da un punto di vista genetico l’obiettivo della selezione è spostare la media della popolazione e non produrre solo qualche soggetto fuoriclasse.
I fuoriclasse, infatti, nascono da una riproduzione molto selezionata e sono tali soltanto se risultano anche miglioratori genetici nella media dei loro figli rispetto alla popolazione di riferimento. Tenendo sempre presente che ogni individuo trasmette ai propri figli un campione di metà dei suoi geni e che, per gli effetti additivi dei geni, essi rappresentano l'abilità o capacita di trasmettere(Transmitting Ability) o ETAi (Estimating Transmitting Ability) dell'individuo che è uguale alla metà del suo valore riproduttivo.
Strettamente legato al concetto di selezione è quello dell’intensità di selezione, ovvero l’indice di quanto è limitata la scelta dei riproduttori. Se, infatti, si decide di considerare come riproduttori il miglior 20% della popolazione è intuitivo aspettarsi, nell’ambito dei figli di quel 20% di riproduttori, un maggior progresso che non scegliendo il miglior 60% della popolazione. Bisogna fare attenzione, però a pericolosi colli di bottiglia genetici che potrebbero portare alla perdita di caratteri e all’impoverimento genetico della razza(elevata consanguineità).
Dopo aver messo a punto gli obiettivi e i programmi di selezione, e resi disponibili gli strumenti per conseguire tali obiettivi occorre una verifica dell’efficacia di tali programmi e dei risultati conseguiti grazie a questi. Il fine della verifica è dunque quello di valutare se ci si sta muovendo nella direzione voluta e a quale velocità.
Al fine di poter applicare un programma di selezione è indispensabile avere a disposizione delle informazioni specifiche sulla popolazione oggetto di intervento. La conoscenza accurata della razza e dei diversi caratteri morfologici e comportamentali che in essa si vogliono selezionare, stanno alla base di qualsiasi piano di selezione. Anche la conoscenza delle correlazioni genetiche intercorrenti tra i diversi caratteri e l’ereditabilità degli stessi vanno accuratamente studiati.
I fattori fisiologici determinanti per tutti i programmi di selezione sono costituiti da: ereditabilità, variabilità, e correlazione genetica.
Le componenti basi degli obiettivi di selezione possono essere riassunti in: salute, attitudine al lavoro, comportamento, tipo-morfologia, benessere.
Gli obiettivi di selezione possono riguardare la velocità di apprendimento, l’eliminazione di una patologia genetica o migliorare determinate caratteristiche somatiche.
Riassumendo quindi bisogna decidere quali caratteri si vogliono conservare e quali evidenziare nelle nuove generazioni.
Le modalità di trasmissione dei caratteri determina la facilità con cui un obiettivo di selezione può essere raggiunto. La risposta alla selezione può essere rapida con caratteri qualitativi codificati da un solo gene come il colore del mantello, o richiedere più generazioni come nel caso di caratteri quantitativi, codificati cioè da più geni e dipendenti in proporzione variabile dall’ambiente (es. displasia dell’anca).
L’indirizzo di allevamento determinato attraverso gli obiettivi di selezione deve essere sempre orientato all’interesse della popolazione più che a quello di pochi soggetti. La salute è il primo degli obiettivi di selezione sopra menzionati; l’importanza di selezionare soggetti sani deve tenere conto della comparsa di problemi legati alla tendenza all’esagerazione di caratteristiche morfologiche descritte nello standard di razza (ipertipo).
Le patologie genetiche che causano la morte del soggetto affetto, sofferenza, o quelle che non risultano trattabili dovrebbero avere un’attenzione particolare nei piani di eradicazione delle patologie genetiche. Uno degli obiettivi primari è diminuire il numero di cuccioli nati affetti da patologia. La disponibilità di test per l’identificazione precoce dei cani affetti e portatori facilita la gestione della patologia genetica, anche se è importante conoscere sempre l’accuratezza degli stessi.
Un concetto di fondamentale importanza è che le mutazioni e i disordini genetici sono intimamente legati alla vita e saranno sempre presenti con vario grado. Gli organismi viventi, siano essi piante o animali, sono caratterizzati da un elevatissimo numero di geni che contribuiscono alla vita e favoriscono l’adattamento e la sopravvivenza delle specie, ma anche geni negativi o anche letali.
Al fine di raggiungere l’uniformità fenotipica si è fatto e si fa ricorso alla selezione in consanguineità ovvero all’accoppiamento di animali tra loro parenti. Il risultato di questo metodo può essere molto negativo se applicato senza la dovuta preparazione a popolazioni chiuse (razze canine con registri chiusi), si assiste, infatti, ad una perdita di materiale genetico e di conseguenza di variabilità genetica su cui sia possibile studiare piani di selezione. Il pericolo maggiore è che aumenta la probabilità che geni negativi presenti nei genitori si manifestino nella discendenza per effetto della riduzione della variabilità genetica. La tendenza è che in una determinata razza il numero dei disordini diminuisce, ma la loro frequenza aumenta, è anche possibile che il disordine genetico e il suo grado diventino più o meno razza-specifici. Poiché l’approccio al problema varia in base alla razza presa in esame, la centralità della Società Specializzata nello studio e nella formulazione dei piani di allevamento risulta evidente. Una selezione limitata a pochi caratteri può portare ad una negativa riduzione delle risorse genetiche della popolazione (razza).
Gli effetti deleteri della consanguineità sono noti universalmente e riassumibili brevemente nell'incremento della frequenza di tutti i difetti genetici e delle anormalità che sono dovute a geni recessivi e nell'aumento della depressione da consanguineità riguardo ai caratteri quantitativi e in particolare riguardo a quelli propri dell'adattamento (sfera riproduttiva, resistenza alle malattie, longevità, ecc.).
A fini pratici, si riportano i livelli considerati pericolosi per il coefficiente di consanguineità degli animali da allevamento da alcuni illustri studiosi. Sulla base dei risultati di esperimenti condotti da diversi ricercatori su diverse specie di animali, nei quali la consanguineità (accoppiamenti tra parenti), era indotta con diversa intensità e per diverse generazioni, fu visto che gli effetti deleteri cominciano a manifestarsi, quando era raggiunto il valore di F=0,375 (Van Vleck et Al. 1987). Per quegli studiosi valori inferiori a questo non sono da considerare pericolosi. Il valore pari al 37,5% di consanguineità può essere raggiunto anche in due generazioni di accoppiamenti tra fratelli pieni. E' per questo che, come misura di prevenzione per gli effetti deleteri della consanguineità, è consigliato di evitare accoppiamenti tra parenti stretti, nella fattispecie, fratelli pieni e genitore-figlio. Per Robinson (1990), invece, non sono da considerare pericolosi valori inferiori a 0,5.
A questo proposito c'è da fare una breve considerazione su un avvertimento che è fatto da Bell(1993), il quale enfatizza la necessità di procedere alla misura del coefficiente di consanguineità oltre la 5a generazione (almeno, fino alla 10a), per via del così detto background inbreeding,che è la quota di inbreeding che si accumula in queste generazioni.
I controlli fenotipici hanno un ruolo chiave nella valutazione degli obiettivi di selezione e devono coprire i campi di: morfologia, caratteristiche comportamentali e attitudine al lavoro.
Morfologia e Tipo
Lo standard di razza descrive le caratteristiche ideali che un soggetto appartenete ad una determinata razza deve possedere(il tipo); il compito degli allevatori è quello di avvicinarsi il più possibile con i soggetti prodotti a questo ideale.
La ricerca del tipo corretto deve essere uno degli obiettivi principali da perseguire negli obiettivi di selezione dei club di razza. Lo scopo non è solo quello di conservare la razza ma anche quello di migliorarla, non vi è nulla di sbagliato nel cercare di migliorare le caratteristiche morfologiche di una razza, questo processo richiede però le dovute precauzioni.
La tendenza verso l’ipertipizzazione delle caratteristiche morfologiche può essere negativa non solo per il soggetto che le possiede ma per la razza considerata nell’accezione genetica di popolazione.
Bisogna innanzi tutto evitare l’ipertipo, in quei caratteri che possono condizionare la fisiologia del soggetto: la ricerca di caratteristiche sempre più esasperate può portare, come è già avvenuto in alcune razze, al raggiungimento dei limiti minimi che assicurano salute e benessere e in alcuni casi, questi limiti sono anche stati superati ( es: razze in cui la fecondazione strumentale o il parto con taglio cesareo sono prassi comune, razze in cui l’abbondanza del mantello limita gravemente i movimenti o impedisce la vista, razze in cui la particolare conformazione del muso impedisce la respirazione).
Anche la limitazione dell’allevamento a poche linee di sangue al fine di raggiungere un determinato tipo può risultare pericolosa per la popolazione-razza, quando la fissazione dei caratteri morfologici è ottenuta con uno sconsiderato uso della consanguineità.
Caratteristiche comportamentali:
La selezione delle razze canine ha portato alla fissazione di tratti comportamentali specifici che, insieme alle caratteristiche morfologiche tipiche, differenziano il cane domestico nelle diverse razze. Le caratteristiche comportamentali non sono di minore importanza rispetto a quelle morfologiche nella tipicità di una razza. Le caratteristiche razza-specifiche devono essere considerate essenziali durante la formulazione dei piani di selezione.
La corretta e attenta valutazione delle caratteristiche comportamentali tipiche può contribuire a limitare intollerabili deviazioni del comportamento quali ad esempio gli spiacevoli incidenti spesso riportati nei quotidiani.
Gli obiettivi di selezione sviluppati in campo comportamentale non possono prescindere dallo studio approfondito degli schemi comportamentali per cui si vuole selezionare al fine di valutare il grado di ereditabilità di una determinata caratteristica, le differenze esistenti tra le varie razze nella espressione di un determinato tratto (una valutazione precisa del soggetto richiede una conoscenza specifica della razza), le relazioni intercorrenti tra le diverse caratteristiche comportamentali, quando presenti. Le ricerche svolte su questi argomenti non sono molto estese ed è importante sottolineare lo stretto legame tra ereditabilità del carattere e popolazione su cui è stato valutato.
Attitudine al lavoro:
Il genere umano ha intuito durante il processo di domesticazione che il cane poteva ricoprire diversi compiti: il cane poteva aiutare durante una battuta di caccia, poteva difendere il territorio dall’intrusione di sconosciuti animali od umani oppure poteva difendere il proprio padrone o il bestiame, o anche condurlo. La selezione per questi differenti ruoli è ha favorito la differenziazione della popolazione di Canis familiaris in diversi gruppi.
Le attitudini ad un determinato tipo di lavoro hanno portato a far riprodurre quei soggetti che possedevano determinati comportamenti, sono così state selezionate delle sottopopolazioni caratterizzate da un particolare modo di lavorare, per le capacità che dimostravano nel massimizzare l’espressione di determinati comportamenti e nel limitare la manifestazione di altri comportamenti.
La differenziazione della popolazione in base alle diverse attitudini lavorative ha costituito la prima suddivisione in ‘razze’. Questa prima suddivisione ha fornito il materiale genetico su cui poi si è sviluppata la moderna selezione delle razze canine. E’ possibile quindi affermare che le razze moderne derivino dai primitivi cani da lavoro.
L’obiettivo di selezione per le attitudini al lavoro ha per lungo tempo costituito il punto cruciale dell’allevamento insieme alla ricerca dell’armonia dell’insieme; ha tuttavia perso importanza nel momento in cui la selezione ha favorito solo le caratteristiche morfologiche limitando, in diversa misura, la possibilità di trasmettere le caratteristiche attitudini di molte razze.
L’impiego dei cani in gare di lavoro permette di valutare i soggetti per le loro caratteristiche attitudinali, mancando il confronto sportivo sulle caratteristiche lavorative l’individuazione dei soggetti migliori per questi tratti comportamentali risulta praticamente impossibile.
Le attitudini al lavoro delle diverse razze passano spesso in secondo piano in quanto meno legate alla conformazione del soggetto che risulta facilmente percepibile (anche ai meno esperti) e quantificabile. In alcune razze, questa dicotomia ha portato alla selezione di linee di lavoro e linee di bellezza. Nella razza dobermann i controlli fenotipici prendono in considerazione gli aspetti attitudinali e comportamentali oltre che morfologici: questo rende la selezione più accurata e completa.
Benessere
La valutazione del benessere è legata al sistema di allevamento dei soggetti, ovvero come gli stessi sono tenuti e dove sono alloggiati. Alcuni Kennel Club effettuano regolari controlli per valutari il benessere degli animali allevati in allevamenti da loro riconosciuti. Oltre al concetto di housing e management anche la frequenza con cui sono fatti riprodurre i soggetti deve essere presa in considerazione.
I club di razza e gli allevatori hanno la responsabilità di fornire gli indirizzi di allevamento indicando quali devono essere gli obiettivi da perseguire attraverso la selezione. L’efficacia dei provvedimenti presi in favore della razza tutelata è tanto maggiore quanto più alta è la percentuale di allevatori che aderiscono alle iniziative del Club.
Le controlli fenotipici non devono essere intesi come riguardanti esclusivamente il soggetto in questione, bensì come potenti strumenti per la valutazione dello stato della razza nel suo insieme.
La tutela della razza diventa quindi lo studio e il miglioramento genetico di una popolazione caratterizzata da determinati tratti comportamentali e morfologici. L’evoluzione della ricerca genetica e l’esperienza maturata nelle selezione di altri animali di interesse zootecnico sta conducendo ad una selezione dei riproduttori su basi genotipiche e non solo fenotipiche.
La presenza di test genetici per il controllo di alcune patologie risulta molto importante, purtroppo il numero di patologie ereditarie valutabili con test genetici è ancora limitato; per gli altri disordini la selezione si deve basare su valutazioni fenotipiche sia del soggetto che dei parenti dello stesso.
La via più importante attraverso la quale le Società Specializzate e gli allevatori possono influenzare l’assetto genetico della razza allevata è la selezione. L’effetto che il processo selettivo può avere dipende dall’intensità di selezione applicata in favore o al fine di eliminare un determinato carattere e nondimeno la natura genetica del tratto considerato; l’indice di ereditabilità dei caratteri è di primaria importanza. La selezione per caratteri codificati da più geni su cui è possibile avere un effetto ambientale(caratteri quantitativi), non solo dipende, infatti, da quanto è elevata l’intensità di selezione, ovvero quanto si è esigenti nella scelta dei riproduttori, ma soprattutto dall’ereditabilità del carattere selezionato. Se infatti l’intensità di selezione o l’ereditabilità del tratto è bassa, allora il progresso sarà minimo.
La grande importanza zootecnica degli indirizzi di allevamento è tale in quanto la scelta di far riprodurre determinati soggetti eliminando dalla riproduzione gli altri suddivide la popolazione in due gruppi, in base alle frequenze geniche. I riproduttori dovrebbero possedere un corredo genetico migliore per i caratteri per cui si vuole selezionare rispetto al gruppo dei soggetti non considerati adatti alla riproduzione. Il livello di successo nelle operazioni di selezione dipenderà direttamente dalla capacità di effettuare la scelta del gruppo di riproduttori, ovvero quanto le caratteristiche di razza sono conosciute e correttamente valutate (controlli fenotipici e genotipici), al fine di scegliere il soggetto giusto.
La valutazione delle caratteristiche di tipo, attitudine e carattere possono essere considerate i performance test della specie canina. Questi permettono la valutazione del soggetto sia in base alle caratteristiche morfologiche che attitudinali. Il livello di funzionalità dei controlli fenotipici dipende da due fattori: l’accuratezza della valutazione e l’ereditabilità del carattere valutato.
La valutazione dell’ereditabilità dei caratteri in cinotecnia è ancora limitata, ma dallo studio dei coefficienti di ereditabilità avvenuto per altre specie animali è possibile affermare che tratti che coinvolgono il peso, l’altezza, il tipo possono avere ereditabilità medio-alte, mentre le caratteristiche riproduttive hanno dei valori di ereditabilità bassi. I tratti comportamentali e attitudinali possono avere una ereditabilità più o meno bassa in base al carattere in questione.
Quando la scelta dei riproduttori è effettuata in base ai risultati dei discendenti piuttosto che su quelli del riproduttore stesso si parla di progeny test.
La corretta valutazione attraverso progeny test deve essere effettuata ad esempio accoppiando il maschio che si vuole valutare ad un gruppo di femmine di vario livello campionate a caso, quindi esaminare un numero elevato di discendenti allevati in ambienti quanto più diversi possibile. Rispettando le condizioni sopra descritte è possibile avere una stima corretta del valore del riproduttore considerato.
Pierluigi Pezzano
Psicologia del cane
Per godersi il proprio amico a quattro zampe è necessario saper comunicare con Lui. Qual è il miglior modo se non quello di imparare a pensare come il nostro amico? Un errore che troppo spesso facciamo è di trattare il cane in modo diverso da quanto prevede le sua natura. L’errore più comune è quello di trattarlo da umano. Ma il cane ci vede davvero come suo capo branco o meglio come proprio simile? No, sa benissimo che siamo diversi. Pensate che tra scegliere di giocare con noi ed un gruppetto di suoi simili, rimarrebbe con noi? Sarà rarissimo, a meno che il cane non abbia problemi di ordine sociale.
Cominciamo con il dire che il cane è un animale abitudinario ed istintivo, ad un dato stimolo avrà sempre la stessa reazione. Seduto! Lo facciamo sedere e poi diamo il premio. Attenzione a non esagerare con il premio. Ma che premio? Non quello che piace a noi, ma quello che più piace a lui. Ad esempio ci sono soggetti che preferiscono il contatto umano e le carezze, altri il gioco come ad esempio la pallina oppure altri il cibo. In questo modo eserciteremo un condizionamento sul cane, stando attenti a non esagerare con tempi e modi, soprattutto se il premio è un boccone.
Il principio della ricompensa e della punizione è alla base dell’educazione del cane. Sia la ricompensa che la punizione hanno un senso se impartite nell’immediatezza dell’azione dell’animale, altrimenti quest’ultimo non assocerà quello che ha fatto a quello che ha ricevuto. E’ consigliabile mantenere una certa costanza nei premi come nelle punizioni e fare in modo che una stessa azione sia lodata o condannata in ogni momento da chi è responsabile dell’educazione.
Il cane per istinto cerca nel suo nucleo, sia animale che umano, un capo ed il padrone deve affermarsi come tale altrimenti il cane si troverà costretto a comandare lui, con tutte le conseguenze del caso. Riconosciuta la sua autorità, sarà disposto ad accettare gli ordini da lui impartiti. La posizione dominante del padrone deve essere riconoscibile da alcuni comportamenti, come il precedere l’animale nell’attraversare le porte, mangiare prima di lui e scegliere i posti della casa dove il cane può stare; è importante anche non subire le iniziative del cane siano esse di gioco o di altro genere.
Tutti i componenti del nucleo familiare presenti nella casa dove viene accolto il cucciolo devono concorrere alla sua educazione. E’ fondamentale che ciò avvenga in maniera omogenea e che non si creino situazioni in cui un familiare sia più "buono" ed uno più "cattivo" o che uno contraddica con un suo ordine l’altro; questo non fa che disorientare il cane che non sa più a chi deve dare retta.
Se s’insegnano i comandi fondamentali e le regole principali attraverso il gioco il cane le apprenderà più velocemente. Non bisogna forzare l’animale ma cercare di educarlo quando è disponibile; il gioco aiuta molto perché fa in modo che il cane apprenda senza che questo diventi per lui una sorta di lavoro.
Il cane deve essere messo a contatto con le altre persone quanto prima, in modo da prender coscienza del mondo che lo circonda ed adattarsi a tutte le situazioni. Il cane, inoltre, non deve limitare con le sue manifestazioni il rapporto del padrone con i propri conoscenti.
Quando arriva a casa un nuovo cucciolo, è necessario che il padrone rassicuri il cane che già c’era riguardo al suo affetto e lasci che i due animali stabiliscano una loro gerarchia.
Il cane tende ad avere atteggiamenti di sfida e attacco nei confronti dei simili che incontra per strada e il padrone deve evitare per quanto possibile gli scontri; a volte gli animali si battono per dimostrare la loro forza al padrone e se questi non gli presta attenzione abbandonano la lotta
Avere il controllo dei propri mezzi per "comunicare" e quindi farsi capire o rispettare, o meglio ancora il saper "sintonizzare" il proprio linguaggio con l'altro regolandosi su un "buon ascolto" appare più evidente se il soggetto della comunicazione (l'altro) è di diversa natura, mi riferisco in questo caso agli animali ed in particolare al cane.
Chiunque abbia avuto l'occasione di condividere un certo tempo con un cane sa che la comunicazione tra gli umani ed i cani è possibile. Ma la precisione della comunicazione e la comprensione reciproca approfondita hanno bisogno di compilatori che "traducano" la nostra lingua nella loro e ci consentano di capire con sufficiente precisione cosa i cani ci vogliono dire e come.
Una prima evidenza cruciale va tenuta presente: gli esseri umani dispongono di un linguaggio simbolico che permette la meta-comunicazione (parlare della comunicazione), mentre i cani no. Questa è una differenza sostanziale che va sempre tenuta presente: noi possiamo passare ore a discutere se quello che mi hai detto aveva proprio quell'intenzione mentre per i cani questo doppio livello dialettico non ha alcun significato.
La comunicazione umana viaggia su due livelli : il contenuto esplicito (il verbale) e il "supporto" su cui la comunicazione si appoggia (non verbale e paraverbale). Sappiamo ormai con certezza che l'efficacia della comunicazione tra umani è a vantaggio del secondo aspetto (non verbale e paraverbale) e che, in caso di incongruenza, l'umano spontaneamente dà credito al non verbale.
La comunicazione con i cani è quindi affidata totalmente al non verbale: i cani sono eccellenti decodificatori del nostro non verbale, molto più acuti di noi. Il luogo comune dei cani che "sentono" il nostro stato d'animo non è privo di verità: la loro capacità di leggere anche i minimi segni che inviamo, unita ad un senso dell'olfatto sviluppatissimo che li porta a rilevare tutti i segnali chimici connessi ai nostri stati d'animo, li rende eccellenti interpreti della nostra razza.
Se è chiaro il modo attraverso cui si può comunicare con loro, non altrettanto scontato è l'ambito di interesse comune. Noi umani comunichiamo tra noi su tutto lo scibile, dall'ultimo abito di moda alla teoria della relatività. I cani comunicano tra loro sulla base di altri interessi e di una diversa scala di valori.
Non dimentichiamo infatti che c'è una discendenza diretta del nostro attuale cane familiare dai lupi. I lupi sono canidi sociali che vivono in branco e sono predatori normalmente di animali di dimensioni ragguardevoli rispetto alla mole del singolo individuo. Questo ha portato la specie ad acquisire una comunicazione estremamente efficace interspecie per tutto quello che concerne la vita sociale, in modo da poter vivere in gruppo senza uccidersi reciprocamente, da poter cacciare in accordo con gli altri membri e da poter allevare la prole con successo.
Sappiamo molto della comunicazione interspecie grazie agli studi effettuati sui lupi, sia in cattività sia allo stato libero. I nostri cani, pur essendo perenni "lupi bambini" (neotenia) sembrano ancora perfettamente in grado di comunicare con i loro progenitori, pertanto è possibile supporre che i codici comunicativi che valgono per i lupi siano altrettanto efficaci nella nostra ricerca di un "dizionario" per comunicare coi nostri cani domestici.
Il messaggio fondamentale per un canide sociale predatore è dato dalla struttura gerarchica del gruppo nel quale è inserito. Al di là di tutte le considerazioni anche etiche, più o meno corrette, che lo studio dei branchi ha evidenziato, in questo tipo di società è fondamentale per ogni individuo conoscere quale è l'organizzazione operativa dei membri, a chi si deve fare affidamento in caso di emergenza, quale è il posto che ogni singolo occupa, quali sono i suoi "diritti e doveri".
E se questa può sembrare tematica da poco, non dimentichiamoci che la finezza in questa comunicazione significa la salvezza della specie : se infatti non fosse chiaro (e ritualizzato) se il comportamento che il singolo agisce è per gioco o serio, questi animali in breve si ucciderebbero tra loro.
I cani probabilmente vivono con noi da circa 15.000 anni: in termini evolutivi questo è un tempo abbastanza breve per aver cambiato drasticamente il sistema comunicativo di base. Ciò significa che, pur in una organizzazione ambientale profondamente differente, i nostri compagni canini hanno ancora fortemente bisogno dei punti di riferimento che in natura hanno consentito loro il mantenimento della specie.
Provate ad immaginarvi di essere un cane di famiglia : siete totalmente dipendenti dalla volontà di un essere di un'altra specie per tutte le esigenze primarie (mangiare, bere, dormire, evacuare etc.), venite "sballottati" da un luogo all'altro (casa, macchina, vacanze etc.) senza sapere dove venite portati, quanto tempo durerà, venite lasciati soli per non sapete quanto….
Senza entrare troppo nella discussione in corso tra studiosi che oppone coloro che ritengono che il cane di famiglia identifichi i suoi conviventi umani come parte del suo branco o meno, è abbastanza chiaro quanto sia importante per il nostro cane capire come è fatta l'organizzazione sociale in cui è inserito.
E qui sorgono i primi "effetti false friend": noi umani, inconsapevolmente, mandiamo segnali al cane che, nella sua "lingua", hanno un significato profondamente diverso dalle nostre intenzioni.
In più, per noi umani sono fondamentali alcune risposte dal nostro cane di famiglia che talvolta (o spesso) per lui non hanno alcun significato, se non peggio, quando sono in aperto contrasto con la sua natura.
Il dilemma non è insolubile come sembra; è fondamentale però, a mio parere, convincersi di un presupposto. Siamo noi umani a dover fare il primo passo (e lo sforzo) di imparare la lingua dei cani prima di pretendere che loro imparino la nostra.
E l'unica strada percorribile che finora sembra aver dato grandi risultati è quella che passa per lo studio accurato della grammatica e della sintassi del linguaggio dei canidi sociali (lupi e cani) e dell'ambito di applicabilità, oltre alla profonda comprensione delle "ragioni d'essere" della razza. Solo in questo modo, seppur con uno "slang" non sempre corretto, ci sarà possibile avviare un "tavolo di comunicazione" con i nostri cani famigliari e pensare poi ad insegnare loro, almeno parzialmente, il nostro modo di comunicare.
La bibliografia in merito è vasta e un articolo non può certamente coprire tutti gli aspetti della comunicazione; certamente però alcune macro indicazioni possono essere utili a livello generale, lasciando al singolo l'approfondimento e, soprattutto, la ricerca del senso che muove il cane e gli fa agire un certo comportamento (motivazione).
La prima macroindicazione che ci sembra fondamentale per chiunque condivida la vita con un cane riguarda i principali segnali che il cane interpreta per chiarirsi la struttura sociale del branco familiare in cui è inserito.
La figura di riferimento di un branco di canidi (o leader o capobranco) ha la gestione delle risorse critiche, gode del rispetto di tutti i membri del branco e funge da garante della sicurezza.
Questo si sostanzia, tra le altre cose, in:
Priorità nell'accesso alle risorse quali cibo, posizioni critiche, priorità nei saluti
Controllo accessi e presenza in caso di allarme
Determinazione della direzione da seguire.
Se traduciamo questo in comportamenti e relazioni sociali tra cane di famiglia e uomo ciò significa:
Chi mangia per primo (quanti cani ricevono il cibo prima che noi ci sediamo a tavola?
Chi dorme sui luoghi alti e comodi (divani, letti etc.)
Chi decide quando iniziano e finiscono i cerimoniali di saluto e i giochi (quanti padroni, appena arrivano a casa, salutano con feste i propri cani che li hanno aspettati a casa tutto il giorno?)
chi controlla i passaggi critici (soglie, passare per primo dalle porte etc.)
chi stabilisce se un evento è pericoloso per la salvaguardia del branco (quanti cani "difendono" aggressivamente il proprio territorio, la propria macchina, la propria ciotola?)
Noi umani diamo un significato a certe azioni (es. al cane viene dato da mangiare prima della cena di famiglia in quanto è più agevole per chi prepara) che però, nel linguaggio del cane, significano ben altro (effetto false friend). Per il cane è geneticamente fondamentale leggere la relazione gerarchica del suo branco e, ove non riconosce un leader che chiaramente agisce come tale, in mancanza d'altro si arroga il difficile compito da agire da sé questo ruolo. E, lui si, si comporta di conseguenza.
E' però fondamentale precisare che queste indicazioni sono standard e non possono né devono essere applicate sempre ed alla lettera : ci sono infatti cani con caratteri molto decisi che hanno bisogno di compagni umani chiari e con modalità di comunicazione senza eccezioni, ma non dimentichiamo che la maggior parte dei nostri cani, soprattutto se vivono con noi da quando sono cuccioli, non hanno necessità che venga loro ricordato, in ogni istante, chi è la figura di riferimento. Di solito lo hanno appreso perfettamente e solo in alcuni casi, o in certi periodi della loro maturazione (periodo giovanile, paragonabile grossolanamente alla "crisi" adolescenziale degli umani) è necessario ricordarlo loro.
Quello che però è indispensabile con ogni cane, indipendentemente dal carattere e dal momento di vita è la coerenza non solo personale (se il cane non può salire sul divano non può farlo mai, anche quando siamo depressi e abbiamo bisogno di un ammasso di pelo su cui piangere) ma di tutti i membri della famiglia in cui è inserito, onde evitare che con alcuni il cane pensi di potersi comportare diversamente (tipico è il caso in cui il cane non ringhia agli adulti quando gli chiedono di lasciare loro una preda che ha in bocca mentre la stessa richiesta, fatta dal bambino, fa apparire ringhi di avvertimento se non dimostrazioni di intolleranza).
Ecco allora spiegati molti comportamenti che spesso i proprietari non riescono a interpretare: cani che ringhiano se si prova a toglier loro la ciotola o un gioco o a farli scendere dal divano, cani che "pizzicano" i bambini che li stanno torturando da ore etc.
E' necessario sottolineare che il rispetto del cane va raggiunto attraverso la nostra dimostrazione, nella sua lingua, di autorevolezza; l'autoritarismo, soprattutto se condito dalla violenza, porta solo ad avere un animale che non ci capisce e che basa la sua relazione con noi sulla paura e non sul rispetto. Ricordiamoci inoltre che, proprio osservando il comportamento di cani e lupi, sappiamo che la violenza, fine a se stessa, non viene praticamente mai agita : questi animali infatti, tra loro, esprimono comportamenti che noi umani definiamo spesso "aggressivi" (tipico il caso della zuffa tra cani al parco) ma che in realtà, se noi non interveniamo, difficilmente hanno esiti nefasti. I cani infatti sono ottimi "attori" : la loro comunicazione è fortemente ritualizzata e molto espressiva ma risponde all'esigenza naturale di evitare il più possibile di produrre danni in quanto un animale ferito, in natura, è maggiormente a rischio sopravvivenza.
A questo vanno aggiunti altri 2 elementi:
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Spesso ai cani chiediamo di agire comportamenti che vanno contro le loro ragion d'essere
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Non leggiamo correttamente i segnali non verbali che i nostri cani ci mandano di continuo, (posizione delle orecchie, della coda, postura, vocalizzi, direzione dello sguardo, calming signals etc.) fino al punto che, alcuni cani, disimparano ad agirli a forza di non essere compresi.
Non dimentichiamoci che le razze canine sono un'operazione genetica totalmente umana, nata con lo scopo di elevare al massimo alcuni tratti somatici e caratteriali propri di alcuni individui. E' allora quantomeno bizzarro pensare che tanto lavoro è stato fatto per garantire ad un animale un'eccezionale capacità di stanare piccole prede da cunicoli strettissimi e stupirsi poi se, istintivamente, rincorre e cerca di catturare il coniglio di casa o il gatto o il jogger che incontra al parco.
La nostra fortuna è che i cani sono decisamente interessati ad adottare atteggiamenti di buona convivenza: ciò rende possibile, attraverso un lavoro di comprensione e di educazione, spiegare loro che alcuni "automatismi" non hanno ragion d'essere e che il jogger di turno non è una preda da catturare.
Inoltre la nostra sensibilità e preparazione nel capire il linguaggio non verbale del cane è spesso decisamente insufficiente: non basta più, oggi, "aver avuto cani da sempre" per saper leggere il loro modo di comunicare, soprattutto in una realtà sociale come la nostra dove al cane sono richieste "prestazioni quotidiane" fuori dalle sue caratteristiche.
Ricordiamoci inoltre che dietro ad ogni segnale non verbale che il cane invia c'è una motivazione, uno stato interno che lo porta ad esprimere quel determinato insieme di comportamenti.
Non esiste quindi, a puro titolo di esempio, una spiegazione unica per un cane che abbaia e si agita quando, al guinzaglio, incrocia altri cani per strada : la ragione per cui agisce quell'insieme di comportamenti non è univoca e solo uno specialista di comportamento canino è in grado, osservando l'evento nel suo insieme, di capire se la reazione è data da paura o da bullismo, da sfida o come segnale di avvertimento o altro.
Certo molti proprietari hanno acquisito, nel tempo e con l'affetto, una certa sensibilità all'argomento anche se, soprattutto in caso di comportamenti che noi umani definiamo "patologici" le nostre reazioni istintive sono quasi sempre controproducenti e foriere di peggioramenti del sintomo che non ci piace (tipico è il caso, nella situazione citata, del proprietario che sgrida il cane alzando la voce o che lo trascina, forzando il collare, via dall'altro cane o che si irrigidisce non appena, in lontananza, vede apparire un cane).
scritto da Marco Venanzi
Ho trovato questo articolo estremamente interessante.